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Viaggiare nello spazio non cambia solo il corpo, ma anche le cellule. Uno studio rivela alterazioni molecolari legate allo sviluppo di malattie

La microgravità e le radiazioni non indeboliscono solo muscoli e ossa. Un esperimento condotto sulla Stazione Spaziale Internazionale dimostra che i viaggi spaziali alterano l’RNA delle cellule, un cambiamento profondo che aiuta a capire perché lo spazio accelera i processi associati a diverse malattie. Da anni sappiamo che vivere nello spazio ha un impatto sul corpo umano. Perdita di massa muscolare, indebolimento osseo, cambiamenti nella vista, alterazioni del sonno. La novità è che ora cominciamo a vedere dove tutto questo ha inizio: all’interno delle cellule stesse. Uno studio condotto sulla Stazione Spaziale Internazionale ha identificato alterazioni specifiche nell’RNA delle cellule umane esposte alla microgravità e alle radiazioni spaziali. Non si tratta di un effetto superficiale o passeggero, ma di cambiamenti molecolari correlati a disturbi noti negli astronauti dopo missioni prolungate. In altre parole: lo spazio non ci cambia solo esteriormente. Riscrive parte del linguaggio interno delle nostre cellule.

Coltivare cellule umane fuori dalla Terra

La ricerca, condotta dal Rey Faisal Specialist Hospital and Research Centre, si è basata su un esperimento tanto semplice quanto potente: coltivare cellule umane direttamente in orbita e osservare cosa succedeva.

Gli scienziati hanno lavorato con 16 campioni di cellule mieloidi della linea THP-1, una linea cellulare ampiamente utilizzata in immunologia per la sua capacità di adattarsi a diversi ambienti. Queste cellule sono state coltivate nella stazione spaziale durante il volo e poi confrontate con campioni identici conservati sulla Terra.

L’obiettivo era quello di rilevare cambiamenti nell’RNA, la molecola che funge da intermediario tra il DNA e le proteine e che riflette molto rapidamente la risposta di una cellula allo stress.

L’RNA come registro del danno invisibile

Analizzando i dati di sequenziamento, i ricercatori hanno trovato un chiaro schema. Le cellule coltivate nello spazio mostravano alterazioni nell’espressione dei geni associati a disturbi renali, muscolari, neurologici, sensoriali e cardiaci.

Non è una coincidenza. Si tratta proprio di alcuni dei sistemi che risentono maggiormente nelle missioni spaziali di lunga durata.

Inoltre, i cambiamenti non erano casuali. Utilizzando tecniche di apprendimento automatico, il team è riuscito a collegare queste modifiche dell’RNA a processi metabolici e di segnalazione legati alla vista, al movimento e ai ritmi del sonno. In altre parole, a sintomi che già conosciamo nell’esperienza umana del volo spaziale.

Microgravità, radiazioni e stress cellulare

Perché succede questo? Lo spazio combina due fattori particolarmente aggressivi per la biologia terrestre. Da un lato, la microgravità, che altera il modo in cui le cellule percepiscono le forze fisiche di base. Dall’altro, le radiazioni ionizzanti, molto più intense al di fuori dello scudo protettivo dell’atmosfera e del campo magnetico terrestre.

Insieme, queste condizioni generano uno stress costante che costringe le cellule ad adattarsi. Tale adattamento viene registrato nell’RNA, come una sorta di diario molecolare della vita in orbita.

Lo studio sottolinea che questi cambiamenti sono associati, almeno dal punto di vista computazionale, a malattie che presentano sintomi simili a quelli osservati negli astronauti e la cui gravità dipende dalla durata della missione.

Lo spazio come acceleratore biologico

Al di là del rischio, c’è un’idea interessante dietro questo lavoro. Gli autori propongono che l’ambiente spaziale possa funzionare come un modello accelerato per studiare le malattie umane.

Se in settimane o mesi di volo compaiono cambiamenti molecolari che sulla Terra impiegano anni a manifestarsi, lo spazio potrebbe diventare un laboratorio estremo per studiare i meccanismi delle malattie e testare possibili farmaci.

Non perché vogliamo ammalarci in orbita, ma perché comprendere questi processi ad alta velocità può aiutarci a prevenirli meglio quaggiù.

Pensare a missioni lunghe implica pensare alla biologia profonda

Questo tipo di studi assume un’importanza particolare in un momento in cui si parla sempre più spesso di missioni prolungate sulla Luna o su Marte. Viaggiare per anni lontano dalla Terra non è solo una sfida tecnologica. È una sfida biologica.

Prima di mandare delle persone a vivere lontano da casa, dobbiamo capire come reagisce il corpo umano al suo livello più elementare. Cosa cambia. Cosa si rompe. E cosa si può proteggere.

Questo studio non offre soluzioni immediate, ma qualcosa di fondamentale: uno sguardo diretto al luogo in cui iniziano i problemi. Nell’RNA delle nostre cellule, quando lasciano il pianeta che le ha viste evolversi.

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